Cosa significa? Che talvolta non ci vedono molto bene (qui ci starebbe una faccina con linguaccia)...accecate da un amore incondizionato {dovuto a nove mesi di gravidanza e al parto che suggella l’enormità del far nascer una nuova vita e giustifica la paura che ad essa accada qualcosa}. Ma è per questo che esistono i papà! Che aiutano (o almeno ci provano) a trovare un po’ di equilibrio.

 

Questo pensiero ha maggior valore quando figli e figlie sono un po’ più grandi, significa essenzialmente che l’amore per loro, da parte di una mamma, è talmente incondizionato...che talvolta lei può non essere obiettiva su di alcuni comportamenti o caratteristiche del proprio figlio o figlia. L’amore di una mamma è immediato. Dall’attimo in cui scopriamo di essere in gravidanza, in particolare del primo figlio, la nostra vita cambia, il nostro centro si sposta.

Ogni azione non è più fatta per se stessi, ma in funzione di questa piccola creatura che è già parte della nostra vita.

Noi la sentiamo da subito, piano piano impariamo a conoscerla. Una cosa che ho capito molto presto durante la mia gravidanza, probabilmente dall’attimo in cui ho sentito Fabio {che ancora non era tale perché per un bel po’ non si è fatto vedere, privacy ai massimi livelli...come il suo papà} muoversi per la prima volta, – ero in quattro mesi – è che dentro di me stava crescendo una persona diversa da me.

Che lui era già “qualcuno”, con bisogni, gusti, desideri diversi dai miei. Tutto questo da un calcetto, mi direte? Sì, perché era il desiderio di farsi sentire, di dire la sua. E poi ogni singolo successivo movimento mi ha raccontato qualcosa di lui, ciò che gli piaceva (il gelato e la torta di mele) o lo infastidiva (fare la spesa...e questo tuttora, le figure peggiori con un bimbo urlante le abbiamo fatte al supermercato, proprio in quello che più frequentavo in gravidanza la sera all’ultimo minuto prima dì rientrare a casa). Quando il nostro piccolo nasce noi lo conosciamo già un po’, riprendiamo “semplicemente” il filo del discorso. Per il papà è diverso. A lui manca un pezzettino di percorso, manca quella dipendenza che si instaura tra madre e figlio.

Anche il rapporto con il papà inizia prima della nascita, ma c’è sempre la mamma di mezzo (Fabio, gli ultimi quindici giorni, si muoveva solo al tocco del suo papà, non vi dico gli spaventi quando ero sola e non lo sentivo da un po’). Il papà conosce davvero il suo bimbo (o bimba) quando nasce. E anche in quel caso perché la mamma li presenta.

Accetta di staccarsi un po’ dal piccolo (ci avete mai pensato che è il primo distacco dal momento del concepimento?) e lo dona al papà. Gli dona la possibilità di entrare in relazione. In questo innamoramento, che è immediato, ma allo stesso tempo lento, il papa tiene nella mente non solo il figlio, ma anche la mamma, che rimane il suo amore. E vede cose che noi non vediamo. E riesce in cose nelle quali noi non riusciamo.

Lasciarlo piangere appena un po’ di più, credere che un mal di pancia può passare, sentirsi un super eroe quando rientrando dal lavoro, preso in braccio il piccolo, riesce a calmarlo (non diciamogli che è perché il piccolo ritrova, magari dopo diverse ore, braccia rilassare e calme). E in questo innamoramento conosce il suo bimbo anche con gli occhi, non solo con il cuore. Questo lo fa essere più obiettivo. Tutto questo per dirvi, fidiamoci dei {e affidiamoci ai} papà. Stefania #unopiuunougualeatre

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