L’editoriale di questo numero de l’educazione parla di questo. Di cambiare e di cambiamento.

Un anno fa, in questi giorni, abbiamo iniziato il nostro più grande cambiamento. Abbiamo scoperto che c’eri tu. Così, con molta delicatezza e incertezza, abbiamo iniziato a pensare che un giorno saremo diventati mamma e papà.

Pensarlo un anno dopo, quando tu sei già qui con noi da quasi quattro mesi, mi fa sorridere. Non sapevamo assolutamente che cosa significasse o potesse significare avere un figlio o essere genitori.

Quando inizia questa avventura si avvia un cambiamento fatto di sogni e speranze, ma anche di paure, di incertezze, di “e se..?”.

Un cambiamento che, per quanto desiderato, ci è presto chiaro non potrà essere in alcun modo guidato da noi. Poco o nulla di quanto ha a che fare con la nascita di una nuova vita, dipende concretamente da noi.

Ci si ritrova così, magari per la prima volta, in “balia degli elementi”.

Per la donna i nove mesi di gravidanza sono un continuo cambiamento, quasi quotidiano.

Si modificano il corpo e la mente, di questo secondo aspetto abbiamo già detto, ma anche quello fisico non è da sottovalutare. 

Il corpo della donna, già predisposto per concepire e crescere un figlio (durante la gestazione, ma anche dopo, infatti, il corpo della mamma “risponde” alle esigenze del bambino. Vi  è mai capitato di sentire il seno contrarsi al pianto di fame del piccolo o, talvolta, prima ancora che lui la manifesti?), durante la gravidanza si modifica per accudire al meglio questa nuova vita. Se sappiamo ascoltarci percepiremo bisogni anche fisici magari per noi inusuali. Per nove mesi ho adorato arance e riso, per poi scoprire come siano due fonti naturali di nutritivi specifici per il feto.

{Quello umano è un corpo che apprende, così si spiega la maggior brevità del secondo parto, ad esempio, il fisico ha appreso come si fa.}

Forse questo cambiamento esterno, ma con molte ripercussioni anche sulla mente, è proprio il primo passo per concretizzare l’idea di diventare genitori, per farlo a piccoli passi e anche attraverso gli occhi di chi ci guarda e ci aiuta ad immaginarci. Anche assecondare alcune piccole limitazioni che il nostro stato ci obbliga – attraverso la stanchezza o le nausee dei primi mesi che ci frenano un po’ dal fare, fino magari alla vera difficoltà di muoversi dell’ultimo mese – è da considerarsi una “propedeutica” all’accettare che molte nostre routine saranno completamente stravolte quando il neonato sarà tra noi.

Dicevo, nulla di quel che pensavamo significasse essere genitori poi è stato.

Ho sempre pensato a quanto fosse importante arrivare “preparati” al “grande evento”, non intendendo con ciò il parto, ma l’arrivo a casa, quando tutto cambia davvero, si è soli, in tre, e la quotidianità come la si conosceva non esiste più. Quindi preparati, ma disponibili a metter tutto da parte in favore del bimbo vero, quello che è lì con noi, e al quale non interessa se per le “tabelle” dovrebbe dormire almeno sedici-diciassette ore e scaricate quattro-cinque volte al giorno (Fabio ha smentito tutto). Prepararsi ci aiuta però a sentirci un po’ più adeguati nell’accogliere questa nuova vita che per i primi anni non ci permetterà mai di sentirci arrivati a un traguardo, ma che ce ne farà vivere tantissimi di piccoli, apparentemente, ma fondamentali per la crescita.

Poi, lo abbiamo già detto, è tutto un susseguirsi di cambiamenti: noi, noi nei confronti degli altri, noi verso noi stessi.

Del resto “se non cambiasse mai nulla non esisterebbero le farfalle” (Anonimo).

Stefania

#unopiuunougualeatre

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