Questa mattina, in una colazione stranamente solitaria (ho faticato a terminare una brioche gigante perché ultimamente la condivido...– svezzamento con cose buone non ti temo –), mi sono imbattuta in questa frase, dolce saggezza di una bustina di zucchero: “Amare non è guardarci l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”.

E mi sono accorta – e sì, accorta è proprio il termine esatto, perché l’ho colta per caso questa cosa, in un momento di “solitudine”, dove i pensieri potevano spaziare – quanto questo sia importante, all’interno di una coppia, in tutte le cose – e le fasi – della vita. 

 

Amarsi significa, prima di tutto, condividere un progetto di vita, familiare, lavorativo e sì, anche sociale. (Deve andare bene a entrambi lo stare fuori e in compagnia o lo spaparanzarsi pigramente sul divano).

Progetti lavorativi. Il lavoro è fondamentale, ci rende ciò che siamo, ci completa, ci realizza. Io non rinuncerei mai al mio lavoro così come lo conosco. Lo posso modificare, arricchire, rielaborare. Ma in esso noi stessi ci modifichiamo, arricchiamo e rielaboriamo...per tornare dal nostro compagno/a e dai nostri figli...migliori. Lavorare, amare ciò che facciamo, essere “amati” per ciò che facciamo...ci rende migliori e ci permette di essere più cose, di indossare più “vesti di noi”, che sicuramente si dovrebbero intersecare, ma con altrettanta certezza dovrebbero migliorare l’una l’altra veste.

Da quando sono mamma mi rendo conto di essermi modificata come professionista, migliorata per alcuni aspetti, in particolare a livello empatico, ma anche di aver cambiato delle priorità, pur portando a termine nei termini e con professionalità il mio dovere. (Perché sì, le donne riescono in ciò, ma diamo fiducia anche agli uomini). 

Rinunciare al lavoro capita sempre più spesso alle neo mamme, è una rinuncia enorme, non solo economica. Si rinuncia a un pezzetto di sé per il quale si aveva “lavorato”. Sarebbe importante, se lo si deve fare, ricordare di non essere solo “la mamma di...”, per se stesse, per il proprio compagno e, sì anche per i propri figli, dobbiamo anche essere “noi”, quelle che che hanno desiderato intraprendere questo progetto di vita familiare.

Appunto dicevo...progetti di vita familiare. Perché avere un figlio è un progetto...a lunghissimo termine, unico senza data di scadenza. Dalla prima ecografia si diventa genitori, e poi lo si resta per tutta la vita.

Ecco allora quell’amarsi su cui ragiono da un po’.

Se i figli arrivano cercati e desiderati in due – se anche si è fatta un po’ di fatica per averli, ma in questa fatica si è rimasti in due, ma anche se “capitano”, ma esisteva già un progetto di vita insieme – quando poi ci sono, in quella quotidianità che sovrasta le mamme, fatta di poppate, pannolini e sensi di colpa per i primi sei mesi; di dubbi per le tappe che sembra non vengano mai raggiunte (svezzamento, gattonamento, denti), pannolini, ore passate a giocare e intrattenere e sensi di colpa – quelli non si esauriscono – per gli altri sei. E poi cose sempre più complesse – bimbi piccoli “problemi” piccoli, bimbi grandi “problemi” grandi...dice il saggio –. Se c’è un progetto comune, ci si ama, perché in due si è voluto tutto ciò. E in due si percepisce di essere spesso impreparati a quel che succede – o può o “deve” succedere...includo in ciò “escursioni” al pronto soccorso e notti in bianco –, ma grazie a ciò ci si ama, nella propria imperfezione e nella possibilità di crescere insieme, così, famiglia imperfetta.

E poi, se c’è tutto ciò, ho scoperto una cosa stupenda in questo anno...l’amarsi attraverso i figli. Perché i loro sorrisi, le loro crescite, i loro traguardi – da sani genitori “egoisti” quali siamo – sono per noi. E guardandoli ci innamoriamo di loro e ci amiamo noi, scoprendo cosa il nostro amore ha creato.

Stefania 

#unopiuunougualeatre

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