Potrebbe essere il titolo della settimana che si è appena conclusa...ed è già lunedì.

 

Una settimana di stupore: lasciare Fabio all’asilo nido felice, che da solo scende dalle mie braccia e va (ancora non mi saluta con il sorriso...ma per ora sono più contenta così), ma soprattutto “scoprire”, attraverso delle foto direttamente dalla sezione dei Bruchi...che si sta divertendo e sta giocando, felice.

È stato stranissimo vederlo sorridere di quel sorriso divertito che conoscevamo davvero, fino ad allora, unicamente io e il suo papà.

E quindi una nuova consapevolezza...vive un pezzetto della sua vita anche senza di noi. Ci sono – e ci saranno sempre di più – dei momenti della sua vita nei quali noi non siamo direttamente coinvolti, in cui non siamo protagonisti insieme di quanto accade, ma è lui l’unico protagonista.

Non vi nego un attimo di smarrimento che, alla sera, avendo condiviso immediatamente (da bravo genitore al primo figlio) le foto con mio marito, ho scoperto essere condiviso. Eravamo seduti sul divano dopo cena, e lui, con Fabio tra le braccia, gli diceva “Quindi, ti diverti anche senza di noi”. Insomma, anche il cuore di papà è più tenero di quel che si pensa.

La seconda consapevolezza è un po’ più seria, ma altrettanto importante, e apre l’argomento “bambini malati”. Dopo un glorioso primo mese di asilo nido senza acciacchi, è arrivato il primo raffreddore...di venerdì sera. Che ha portato tre notti insonni (speriamo questa sia stata l’ultima), coincidenti con un week-end in parte lavorativo. La febbre è arrivata solo la domenica, ma già venerdì notte, al terzo risveglio in un’ora, ho capito che avrei dormito molto poco, dovevo occuparmi del suo benessere, di lui.

E un bimbo malato ha bisogno non solo di essere curato nel corpo, ma anche – o forse soprattutto – nelle emozioni. 

Fabio non è più così piccolo da sentirsi un tutt’uno con me, quindi era forse la prima volta che stava male “da solo”, anche per lui una nuova consapevolezza. Aveva pertanto bisogno di essere rassicurato del fatto che sapevo come si sentiva, quale era il suo malessere – anche se, ahimè, questo non è del tutto vero, ma noi mamme, quando serve, dobbiamo apparire più sicure di quanto siamo — così gli verbalizzavo ciò che poteva sentire o provare con semplici affermazioni di cui, sono certa, lui aveva bisogno. “La mamma lo sa, amore. Il nasino che cola, hai caldo, ti fa male...ora ti aiuto”. Donare parole affinché anche lui potesse capire è stato forse il mio compito più importante.

Mi ha stupito poi come il pensiero che mi sarei dovuta occupare di lui completamente e che la notte di sonno sarebbe stata un miraggio, in realtà non mi “affaticasse”, come fosse subentrata la consapevolezza che è così, perché ancora lui non sa prendersi cura di sé, pertanto questo compito spettava a noi (anche il papà ha collaborato). Quindi oggi sono stanca fisicamente, perché un po’ arrugginita dall’aver condiviso il letto (ma credo fermamente che i bimbi malati guariscano prima tenendoli vicini, e prima stanno meglio loro, prima riposiamo noi), un po’ stanca mentalmente, perché il pensiero che dà un piccolo malato è enorme, ma serena e pronta ad affrontare questa giornata che, sono certa, migliorerà.

Stefania 

#unopiuunougualeatre

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