Chi è Rita?

 

Rita Martínez vola in Italia dalla Costa Rica nel 2004, con una laurea in storia.

Ottiene un master in risoluzione di conflitti interculturali presso l’università di Verona e la interculturalità diventa la compagna di ricerca nel suo viaggio da cantastorie nel mondo della gioielleria contemporanea. 

 

Com’è maturata la tua passione per i gioielli?

 

Lo shock culturale mi ha spinto alla ricerca di una nuova me stessa reinventata nella dimensione di interculturalitá che dal mio primo giorno in Italia sempre m’accompagna.

Nelle pietre, nei gioielli trovo la strada della conoscenza, un viaggio che mi porta anche a visitare altri mondi, non solo in Europa. I miei viaggi, sia fisici che mentali, mi conducono a mondi veri e fantastici, di libertà e di conoscenza, spogliando le mie credenze e arricchendo il mio bagaglio di nuove realtà. Il viaggio, in tal senso, è lo strumento per antomasia per convertire le mie idee, i miei sentimenti di allegria, melanconia, paura e amore, le mie storie in pure azioni: i miei gioielli.

 

Cos’è per te quindi un gioiello?

 

Per me ogni oggetto rappresenta una storia quotidiana e come ti ho detto prima è un contenitore di diversi sentimenti, quali l’allegria, la melanconia, l’ amore, la paura e la passione. A volte si ispira ad un leitmotiv e prende forma in itinere, a volte é puro stimolo, sensazione e puó risvegliare un ricordo o suggerire un percorso, frutto dell’esperienza personale di chi osserva o indossa il gioiello. 

Come me, anche le mie creazioni sono frutto di due culture, la costarricense e l’italiana, che convivono lottando contro stereotipi e contraddizioni. Sono il risultato del mio presente e del mio passato, a volte uno con più influenza sull’altro, ma sempre strettamente interconnessi.

Quanto nella tua opera occupa la parte culturale?

 

Definire la propria opera in percentuale culturale è un’impresa non facile, come capire perché la gente che l’osserva la viva in modo particolare. Cerco di rivendicare il diritto alla fantasia, al gioco al sogno e forse per questo le mie creazioni vengono subito lette ‘emozionalmente’. Forse sarà per la combinazione di colori e materiali, per quel realismo magico dell’America Latina (Gabriel Garcìa Màrquez), per quella antipoesia di Mario Benedetti che inconsciamente trasmetto e che si mescola con l’estetica e il mio amore per la tradizione italiana.

 

 

Dove lavori?

 

Al momento lavoro a Verona nel mio atelier, che è uno spazio creativo che condivido con altre due designer e amiche, Valeria Rossini e Giorgia Tasca. Per  me l’ambiente lavorativo è sommamente importante e l’Atelier Labor Limae è veramente un posto confortevole e il nostro è un team allegro e divertente. Altre volte lavoro da casa, soprattutto quando devo elaborare un’idea e/o ho bisogno di massima concentrazione. 

 

Come nasce, si sviluppa e si produce un gioiello?

 

Ogni persona ha uno o vari metodi di lavoro, ma non penso esista uno meglio dell’altro. C’è chi parte dal materiale per fare le sue creazioni; chi inizia da un’idea o da un sentimento o qualcosa che gli dà ispirazione. Fino a poco tempo fa ho sempre lavorato partendo da un tema per passare moltissimo tempo nella ricerca storica per poi approdare a qualcosa di concreto. L’ultima collezione, però, è partita da una ricerca introspettiva, invertendo il campo d’indagine dal fuori a dentro me stessa. Vedremo i risultati presto.

 

Qual è stato il tuo iter di formazione?

Sono sostanzialmente una storica e quando ho deciso di intraprendere la strada della gioielleria ho cominciato a fare formazione, e ancora continuo, con la mia mentore, l’orafa Eugenia Ingegno di Firenze. Per la parte tecnica ho avuto come maestro Raffaello Trento, orafo veronese, il cui laboratorio per me è una seconda casa. Poi cerco sempre di mantenermi aggiornata, sono molto curiosa e saper fare cose nuove mi fa sentire viva.

  

Che progetti hai per il futuro?

 

Se tutto andrà bene, come spero, con questa emergenza, parteciperò per la terza volta con le mie colleghe del collettivo veneto ‘Womencraft’ a Autor, una delle fiere più importanti dell’Est Europa, dove abbiamo sempre avuto una calorosissima accoglienza. Poi si vedrà, magari Porto e Valencia. Comunque ho sempre le valige pronte.

 

Che futuro vedi nell’artigianalità in Italia e nel mondo?

 

L’artigianilità, e la cultura e la tradizione che l’accompagnano,

devono riscattarsi senza aspettare le istituzioni, partendo da quello che ci circonda (contrade, paesini, centri di anziani) mantenendo vivo il passato, documentandolo attraverso la storia orale e le pratiche artigianali.

Come sognatrice, credo nell’artigianilità e, addirittura, penso che in questo periodo di difficoltà il fatto a mano sia fondamentale non solo a livello economico ma anche mentale perché creare è terapeutico.

Penso che l’Italia si riprenderà e andrà avanti attraverso la riscoperta del commercio locale e la presenza artigiana ne sarà un elemento trainante.

 

Premiata tre volte al Venice Design Week, ha esposto in gallerie e musei in Svizzera, Bucarest, Porto, Milano, Venezia, Adria, Torino, Casalmaggiore ed è stata presente in riviste come Vicenza Jewellery, Preziosa Magazine, Andesjoya, Ob-Fashion, Nouvelle Factory, Roof Magazine, Joyería Contemporánea, Elle-Romania.

 

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