Metterci la faccia, parlare di esperienze difficili e importanti. Non è facile parlare di infertilità.

Chè non è solo elencare quanti tentativi di fecondazione assistita hai fatto, in quale città o paese li hai fatti, quante punture di ormoni, ecografie, visite mediche, analisi del sangue hai fatto. 

 

Non è facile parlare di infertilità. 

Chè non è che siccome ci sono tanti modi per sentirsi donna, allora puoi accettare di non aver avuto voce in capitolo. Privata della possibilità di scegliere se essere madre o no, mi chiedo “Chi si è permesso di prendere questa decisione per me?”

Chi può capire cosa fa ad una donna il trovarsi ripetutamente, per mesi, anni, sdraiata su un lettino sterile e con le gambe aperte, come mancasse di pudore, lasciare che degli estranei in camice bianco sotto impietose luci al neon gestiscano e controllino per te un atto che dovrebbe essere il più sensuale e amorevole e intimo di una coppia, quale quello del concepimento?

Solo ora dopo tanti anni, posso avere la chiarezza e la lucidità per capire cosa mi è successo, per elaborarlo ed esprimerlo pienamente. Mentre mi barcamenavo tra ginecologi, embriologi, infermieri e tecnici di laboratorio ho faticato a capire, a trovare il senso, il significato nascosto, l’insegnamento prezioso che mi veniva impartito dalla sorte. 

Quello che capivo era che soffrivo per un desiderio legittimo e basilare come respirare. Soffrivo per una cosa che ritenevo un diritto e che invece si è rivelata un privilegio ed un onore non concesso a tutti.

Soffrivo per un desiderio che ogni mese veniva disatteso, infranto in mille pezzi. Puntualmente.

E ho dovuto trovare una strategia per non perdermi, per rimettere insieme quei mille pezzi ogni volta. E ogni volta ripartire ottimista e piena di speranza. 

C’è chi ti dice di non pensarci: come si fa a non pensarci? 

Avresti solo bisogno di rassicurazioni, non di consigli, di sapere che ciò che vivi va bene, che ciò per cui soffri è una valida motivazione, e invece ti trovi a dover giustificare e capire chi quelle rassicurazioni non te le può, né le sa dare. Perché non capisce, anche se si sforza di farlo.

Sei tu che devi anzi rassicurare loro che sei forte, che sei ottimista, che ce la fai. Ma devi anche rassicurarli che sai essere ancora vulnerabile, emotiva quanto basta da rimanere umana, ancora te stessa. E invece diventi dura, da una parte, una palla che esplode dentro di emozioni, dall’altra. 

I lunghi anni di lotta contro l’infertilità mi hanno inevitabilmente cambiata – come i momenti cruciali della vita sanno fare – ma ho sempre cercato di non trasformarmi in una persona lamentosa, negativa e dolente.

Facendo un passo indietro, fu nel 2010, quando la nostra vita cominciava ad essere stabile e la nostra sussistenza economica migliorava e lasciava il livello “studenti lavoratori più o meno squattrinati”, che decidemmo di provare ad avere figli.

Dopo due anni di tentativi di procreare naturalmente, decidemmo che avevamo bisogno di una visita medica e forse qualche “aiutino”. I cinque anni che seguirono sono difficilmente sintetizzabili, ma ci provo.

Per reazione istintiva, di difesa, all’inizio mi sono concentrata sull’aspetto pratico della questione. Parlavo del mio corpo e della sua disfunzionalità senza accennare, se non marginalmente, agli sconvolgimenti che accadevano ad un livello più profondo. 

Non pensavo molto alla ricaduta psicologica ed emotiva che i lunghi mesi (poi diventati lunghi anni) di ricerca di maternità stavano avendo su di me. Su di noi.

Trattavo la situazione come una questione di problem solving: identificare il problema e trovare il modo migliore per risolverlo. Puro lavoro mentale, razionale, niente di più. Scartato un percorso, ecco che se ne apriva un altro. Prima due anni di tentativi naturali, poi qualche intervento meno invasivo, punture di ormoni, identificazione del periodo fertile e sesso a comando. Quando questi fallirono, un’altra serie di esami seguì e da lì la sentenza più dura: “dovrebbe cominciare a fare i conti con il fatto che potrebbe non diventare mai madre”.

Rabbrividii per quella frase, pronunciata dalla ginecologa con l’intento di evitarmi inutili sofferenze, ma terribilmente insensibile, e detta senza che avessi avuto modo di abituarmi all’idea. Un secondo dopo il mio corpo esplodeva di calore nelle guance e di lacrime ingiuste. Quello è stato forse uno dei momenti più brutti della mia vita.

Avevo appena iniziato il percorso e non ero pronta a mollare così presto. Così decisi che la medicina è limitata, e che i miracoli esistono. E iniziai la FIVET: due tentativi di omologa e due di eterologa seguirono quella decisione.

Nel tempo ho capito che non sempre la vita è giusta, anzi quasi mai lo è. Ha questa magistrale capacità di metterti i bastoni fra le ruote proprio quando tutto sembra andare per il verso giusto, e di farlo indipendentemente che tu sia una persona in gamba e con saldi valori umanistici oppure l’ultimo disperato, cinico, insulso essere umano sulla faccia della Terra.

Avendo però affrontato sempre tutto con una grande fede (buddista), la filosofia che mi ha sempre animato è che ogni cosa nella vita ha un senso, e se non ce l’ha siamo noi a dovercelo creare. Se questo senso è costruttivo, cresciamo, altrimenti veniamo distrutti dalle sofferenze e dalle difficoltà. La mindfulness è arrivata proprio nel mezzo di tutto questo, ad aiutarmi a vivere il presente senza perdermi nel vortice dei pensieri negativi, dei rimpianti, delle recriminazioni e dell’odio per me stessa e per il mondo.

Non essendo mai stata forte e coraggiosa, ho dovuto lottare con le unghie e con i denti per ritrovare me stessa, per amarmi con i miei difetti e per amare la vita, così stronza e ingiusta.

Guardando ai sei anni di tentativi di rimanere incinta, capisco di essere sopravvissuta proprio grazie al voler sempre guardare avanti, accettando anche i miei aspetti più distruttivi e negativi, ma senza rimanere troppo tempo legata alla me stessa sofferente e arrabbiata. Andare avanti sempre, questo era il mio imperativo.

Ho sempre pensato che prima o poi sarei diventata mamma. Così ho semplicemente cercato di considerare tutte le difficoltà come occasioni per tirare fuori la forza, la pazienza e la perseveranza necessarie per essere madre. Mi sono detta “Ecco questa è la tua occasione per crescere come madre, prima di doverlo fare tutto in un botto quando avrai un pargolo in carne e ossa tra le tue braccia.”

Non è stato facile, e sono caduta spesso nella trappola dei “perché”, arrivando sempre a conclusioni dolorose, inaccettabili e il più delle volte proiettando colpe, e la rabbia conseguente, verso me stessa o, peggio, verso mio marito.

Ho visto in quale baratro sarei caduta se avessi ceduto alla mia mente razionale, al mio cuore sofferente per essere stato privato di una cosa che è invece naturale e semplice per altri. Mi sono più volte vista risucchiare in un buco nero di frustrazione, senso di impotenza e odio verso il mio corpo inutile e improduttivo. Ma mi sono rifiutata di essere assorbita da quelle sensazioni, ho desiderato di trovare il modo per vivere una vita fertile, sempre e comunque, anche a dispetto della mia infertilità.

Dirlo ora, in poche righe, non rende l’idea di quali paludi emotive e quali montagne di dolore si affrontino, insieme ai mille ostacoli pratici, e alle trasformazioni cui la tua vita va incontro, quando diventi una paziente in cerca di cura. Per lo più ci si sente sole, isolate, senza nessuno che ci possa dare conforto. Nessun sostegno psicologico, a parte i forum online dove la comunità delle donne ti offre un sorriso, un abbraccio e tanta delicatezza. Anche il rapporto di coppia ne ha risentito, ma per fortuna o per determinazione, abbiamo trovato il modo di essere ancora più uniti.

Ho deciso poi ad un certo punto di metterci la faccia, di aprire un blog (LaVitaFertile), con foto, nome e tanti post positivi accanto alle mie storie di infertilità. Là scavo nelle mie memorie, riapro le mie ferite e lascio che la scrittura le guarisca, sperando che questo sia di incoraggiamento per le altre donne che affrontano problemi simili. Scrivere si è rivelato catartico: scrivo e lascio che le mie sensazioni confluiscano nelle parole, mentre mi libero del fardello delle cose non dette che annebbiano la mia mente.

Le donne che come me affrontano la lotta contro l’infertilità sono donne guerriere. Non sono “poverine” o “da aggiustare”, né deboli né ossessionate, non più di qualunque altra donna alle prese con i propri problemi.

Siamo donne che affrontano tutti i giorni un processo di ricostruzione di loro stesse, della propria identità.  Come finisce la mia storia?

E’ finita che a quel punto abbiamo deciso che avevamo chiuso con la fecondazione assistita. Abbiamo intrapreso il percorso adottivo, che avremmo sempre voluto fare e che avevamo in quel momento la maturità e la chiarezza per poter intraprendere.

Ora accarezzo la sua testolina, stringo le sue manine e sono felice. Ma di questo percorso parlerò in un altro momento. Ché nemmeno quello è stato facile. Intenso e arricchente, ma non facile.

Auguro ad ogni donna di non perdere mai se stessa, di usare le piccole-grandi difficoltà per migliorarsi, di non identificarsi mai esclusivamente con il proprio problema, ma di essere sempre consapevoli che, se non possiamo scegliere cosa ci accade, possiamo scegliere i pensieri, così come le emozioni e le reazioni. 

Il mio motto è “vivere la vita come se fosse sempre fertile, alla ricerca delle cose belle, buone e di valore, per trasformare le cose brutte in cose che mi fanno crescere”.

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