Letizia De Antoniis, donna, moglie, mamma, creativa e pertanto imprenditrice di se stessa. Ci racconta di sé e di Yorokobiness.

Ho conosciuto Letizia diversi anni fa, potrei dire “un viaggio e tre figli fa”,

grazie ad un paio di guantini, rigorosamente fatti a mano, rigorosamente con un filato di qualità. Queste le caratteristiche del suo marchio. Ma prima vorrei partire da lei. 

 

  • Se ti chiedessi, “chi è Letizia”, cosa ci racconteresti di te?

Una folle con la testa sulle spalle, così una volta mi hanno definito! Devo dire che mi ritrovo piuttosto bene in questa definizione, ogni scelta della mia vita ha una buona dose di moderata follia. Ho viaggiato tanto, vissuto lontano dall’Italia e dal mio Abruzzo, oggi sono sposata, madre di tre bambini, ed il quarto è in arrivo. Molti mi dicono che sono coraggiosa, io penso invece di essere tanto fortunata e che la vita non è tutta nelle mie mani, credo poco nelle coincidenze e molto di più nella provvidenza. Ed è proprio grazie ad un percorso di fede intrapreso da me e mio marito che abbiamo dato la nostra disponibilità a partire come missionari in Perù, quando la nostra prima figlia aveva appena sei mesi. Siamo rimasti per un anno, vivendo in una favela nella periferia di Lima. È stata un’esperienza che ci ha segnato, vivere in mezzo ai poveri ci ha arricchito molto, facendoci tornare all’essenza, alle cose vere, aprendoci gli occhi su quanto nel nostro mondo ci lamentiamo eccessivamente e non sappiamo più apprezzare i doni che ci circondano. 

  • Come nasce Yorokobiness? Un caso, un progetto, una passione? Lavorare a maglia appare sempre qualcosa di “vintage”, ma dà anche il senso della cura, dell’importanza del dettaglio.

I viaggi hanno sempre influito tanto nel mio percorso, sono stati sempre fonte di inspirazione, di grandi aperture mentali e di legami solidi con amici conosciuti in giro per il mondo. Yorokobiness nasce dieci anni fa dopo un viaggio, appunto, che mi ha portato ad attraversare via terra tutta la Russia, fino ad arrivare a casa. La transiberiana, il sogno di una vita, realizzata in solitaria e nel percorso Vladivostok-Mosca, è stata l’occasione per chiudere con un periodo di circa tre anni trascorso in oriente, a Tokyo per l’esattezza dove lavoravo come brand manager per un’azienda di food italiana. Una volta rientrata a casa mi sono messa alla ricerca di un nuovo lavoro e nel frattempo ha preso vita questo piccolo progetto, prima sotto forma di blog (yorokobiness.com) in cui raccontavo di alcuni viaggi, ristoranti che avevo visitato etc… poi come laboratorio artigianale in cui trasformavo materie prime di scarto in accessori, con l’obiettivo di sprecare il meno possibile e di riutilizzare i piccoli ritagli di stoffa o gli avanzi di gomitoli. Per qualche anno Yorokobiness è rimasto in un cassetto e poi negli ultimi tre anni ha ripreso vita grazie anche al fatto che in Perù, tra le altre cose, abbiamo avuto la possibilità di visitare una grande azienda produttrice di lana di alpaca, dalla quale mi rifornisco per le mie creazioni.

 

La passione per il fatto a mano me l’hanno trasmessa le nonne, è da loro che ho imparato a lavorare a maglia, all’uncinetto e a cucire e ho iniziato da piccola quando non era assolutamente di moda! Ricordo che al liceo, mentre i professori spiegavano io mi concentravo facendo l’uncinetto! I Promessi Sposi e i costumi all’uncinetto per l’estate andavano di pari passo.  

  • Poi dietro ogni creazione c’è un progetto. Come nascono le tue idee?

Yorokobiness deriva dalla parola giapponese “yorokobi” che significa letizia, gioia e con questo brand in parte voglio rappresentare me stessa il mio bagaglio culturale e di esperienze accumulate nel corso degli anni, sempre però focalizzandomi sul cliente finale, è il cliente finale che detta ogni decisione sul far uscire un nuovo prodotto. Penso alle sue esigenze, a come posso andargli incontro, alla sua gioia nel ricevere in dono o nell’acquistare una mia creazione, per questo mi piace curare i dettagli, scegliere con cura le materie prime, raccontare i prodotti. Il mio cliente ideale è esigente, acquista consapevolmente, vuole un prodotto unico, non segue le mode passeggere. 

  • Ma andiamo al tuo quotidiano: una famiglia numerosa! È sempre stato un tuo desiderio?

Non ho mai fatto progetti in tal senso e nemmeno mio marito! Ci siamo goduti la vita di coppia e allo stesso tempo ci siamo aperti alla possibilità che arrivasse un figlio. E dopo qualche mese è arrivata la prima gravidanza. Mi sentivo poco adatta, impreparata e avevo paura di come sarebbe cambiata la nostra vita nel passaggio da due a tre. Questi timori sono svaniti quando è nata Felicita che mi ha fatto scoprire il significato dell’essere mamma e che in realtà non c’era niente da imparare, tutto era più naturale di quanto potessi immaginare. Più di tutto ho scoperto il significato della parola tenerezza, assolutamente sconosciuto prima di lei. Gli altri bimbi sono arrivati dalla stessa decisione di aprirci alla possibilità di un altro figlio sapendo perfettamente che ogni vita è un miracolo e non è così scontato restare incinta 

  • Come si concilia un lavoro che richiede il tuo fare e nessuna delega...con il ruolo di mamma, che spesso richiede le medesime cose?

Nel tempo ho imparato che devo accettare i miei limiti, che ogni tanto posso mettere un punto anche se non ho spuntato tutta la to do list della giornata, che non sono perfetta, anzi sbaglio un sacco di cose, sia come mamma che come artigiana. Nei periodi più intensi di lavoro cerco di trovare il tempo la mattina presto, quando tutti dormono ancora e io trovo un momento per un te, per riorganizzare le idee e per creare.

  • Tornando a noi, una delle cose che permette ai piccoli brand di diventare grandi, oggi sono i social. E molti spesso, chi acquista il fatto a mano (quanto meno così è per me), ha il piacere di conoscere chi lo crea. Come si crea il rapporto con il cliente, quando non c’è un negozio fisico e un contatto? Non è sufficiente raccontare il prodotto, ma vanno raccontate storie e donati contenuti. Tu hai anche una rubrica mensile fissa, come nasce e perché? 

Quando ho iniziato a lavorare in Giappone, una delle prime cose che mi hanno insegnato è stata che “il cliente è Dio”! Va rispettato perché se lavori è grazie a lui, non mi piace invadere i suoi spazi, non mi piace il ‘marketing push’, vorrei che il cliente si sentisse libero di commentare, di apprezzare o di criticare, in quest’ottica vorrei offrire dei contenuti in qualche maniera utili. Mi rendo conto di non riuscire a dedicare il tempo che vorrei a questo aspetto ma ho voluto comunque creare una rubrica mensile che si chiama YoroCycle in cui propongo dei piccoli progetti realizzabili con oggetti che si hanno in casa per dargli una nuova vita. Non è una rubrica che nasce perché adesso va di moda parlare di zero-waste, vuole essere piuttosto uno spazio dedicato ad uno stile di vita responsabile e creativo che prescinde dalle mode del momento.

  • Continuando con il rapporto con i clienti, il nostro magazine si chiama l’educazione...esperienze di buona e cattiva educazione con i clienti? Cosa ti affligge e cose invece ti dona la forza di dire “lo faccio per questi”?

Mi da forza vedere compreso un messaggio, vedere riconosciute la cura e l’attenzione che c’è dietro ad ogni lavoro. Finora non ho avuto, almeno sui social, esperienze davvero negative. Piuttosto mi è capitato di persona che qualcuno svalutasse qualche mio lavoro, ma può succedere e la cosa non mi affligge anzi rafforza in me la convinzione che lavoro per una nicchia e non per la massa e questo mi piace tanto! 

  • Un 2020 da capogiro, ma ci siamo tutti riusciti! È terminato! Come ti ha cambiata e cosa ti ha lasciato.

Grazie al nostro anno passato in Perù, avevamo già sperimentato cosa significava vivere con tante rinunce, accontentarsi di piccole cose e apprezzando quelle che contano davvero. Per cui non è stato un anno difficile in tal senso, piuttosto mi fa male assistere alla sofferenza di tanti che hanno perso dei cari nella solitudine più assoluta, e mi preoccupa come cambieranno le relazioni umane soprattutto per i nostri figli che, in qualche modo, stiamo abituando ad avere paura dell’altro.

Un anno inaspettato e complicato che tuttavia mi lascia tanta speranza, una speranza che, concretamente, in questo momento sta crescendo nella mia pancia…ed è un altro maschio!  

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