Storie di mamme: Carmen Innocenti, mamma e psicologa perinatale

 

Abbiamo lasciato Carmen e la sua storia d’infertilità, lo scorso numero, con la promessa del racconto di un altro pezzetto della sua vita, il suo oggi: quella testolina da accarezzare e amare, la sua famiglia 

Adottare non è “una bella cosa”

“Ah, volete adottare un bambino? Ma che bella cosa…”.

Come genitori adottivi ci siamo spesso sentiti rivolgere questa frase, come se l’adozione fosse un’azione nobile, altruistica e caritatevole. Adottare significa dare una famiglia ad un bambino che non ce l’ha, ma non si tratta di una bella azione. Offrire denaro, vestiti, oppure sorridere e abbracciare sono belle azioni. Essere genitori adottivi non è una bella cosa, è scegliere chi si vuole essere, è una condizione permanente, non è un’azione singola. Parlare di “bella cosa” rispetto all’adozione e dire “bravi” a chi adotta vuol dire sminuire la complessità e la profondità dell’essere genitori e dell’essere figli. Non è una frase sbagliata, ma superficiale.

Come genitore adottivo non penso di aver fatto un gesto altruista o caritatevole. Certo, c’è molta bellezza nell’aprirsi all’idea di famiglia come il luogo di incontro di un desiderio con un bisogno: quello di amare dei genitori, e quello di essere amati dei figli. E c’è anche tanta poesia nell’amare chi non nasce da te, nel credere che le condizioni in cui nasci non determinino automaticamente chi diventerai. 

Ma c’è anche una dura realtà. Come vive un bambino in istituto? Non ci sono coccole e baci della buonanotte, scorribande con l’amichetto del cuore, risate e nascondino, e condividere il pasto della domenica. Non ci sono nemmeno i disastri: la marmellata sul muro, le pentole sbattute a terra per vedere che suono producono, la crema della mamma spalmata sui capelli.

Il bambino in istituto può sembrare identico agli altri, solo più povero di cose. Non è così. Non gli mancano cibo, vestiti, un tetto sulla testa e spesso nemmeno le medicine. E comunque, anche qualora così fosse, non sono quelle le cose di cui ha più bisogno. Sono altre le mancanze che fanno male, nel corpo, nella mente e nello spirito, e che provocano danni molto più gravi della mancanza di cose. 

Non mancano i giocattoli. Manca qualcuno che abbia voglia di giocare con lui, che riaccenda in lui la curiosità della vita e la motivazione alla scoperta del mondo.

Ripeto, non è un vuoto di cose che subiscono i bambini in stato di adozione, non mancano loro un letto in cui dormire, del cibo, il sapone per lavarsi o i pennarelli per colorare. Il loro è un vuoto di attenzione, contatto fisico e presenza.

Crescere e svilupparsi come esseri umani felici ed efficaci ha più a che fare con quanto i bisogni reali vengono soddisfatti, con quale regolarità e da quale persona. Contatto fisico, sguardo negli occhi, accoglimento delle emozioni, rapporto speciale con una o più persone: quanto, per quanto e come vengono offerte queste attenzioni ai bambini che non hanno più una famiglia?

C’è una routine, ci sono dei protocolli, figure di accudimento spesso senza nome, che lavorano a turni, e che poi spariscono senza un saluto quando cambiano lavoro o vengono trasferite. Ci sono educatrici che non conoscono il carattere del bambino, e anche quando lo conoscono non possono permettersi di assecondarlo, perchè la cura personalizzata è nemica dell’organizzazione del lavoro, necessita di tempi e modalità scomode.

Il bambino in istituto non è più un bambino. Spesso l’istituto lo salva da situazioni di degrado sociale, sanitario, abuso psicologico e fisico, ma l’istituto secondo me non è un luogo di salvezza, è il luogo dove l’umanità del bambino viene congelata – se ha fortuna – altrimenti viene distrutta. Non è un luogo di cura delle ferite emotive, che si infettano oppure guariscono male, lasciando strascichi e dolori latenti.

Invece di progredire e svilupparsi grazie alle stimolazioni costanti, allo sguardo attento di una o più persone, il bambino è oggetto passivo di cure: lo si veste, lo si fa giocare, lo si controlla, lo si punisce, lo si cambia, lo si pulisce, lo si fa mangiare, senza mai sedersi con lui o invitarlo a partecipare alla vita degli adulti. Il bambino in istituto spesso non viene nemmeno preso in braccio, non lo si bacia né lo si abbraccia. Non c’è tempo, e non è compito delle educatrici farlo. C’è altro da fare, ci sono fogli da compilare e resoconti da mostrare ai superiori.

Credi che sia facile dopo tale deprivazione emotiva, essere ancora un bambino? Credi che bastino due adulti sorridenti e ben disposti, una cameretta tutta sua e dei giocattoli a cancellare tutto questo?

Il bambino in istituto è come un piccolo alieno.  Il genitore che desidera adottare fa un atto di fede, accoglie e va oltre la sua storia e la sua scheda sanitaria, oltre la disfunzionalità della sua crescita. Il genitore adottivo deve offrire al bambino tutto quello che gli è mancato fino a quel momento, sperando che le ferite che così si riapriranno possano un giorno guarire o almeno cicatrizzarsi e fare meno male. L’obiettivo più grande dei genitori adottivi è che un giorno le cicatrici abbiano un senso, e la diversità dei propri figli non li renda alieni a loro stessi ma li renda orgogliosi di chi sono e di come hanno saputo trasformare una storia di abbandono nella storia di un dono, di una seconda nascita.

Questo e molto altro è l’adozione. E non è SOLO una bella cosa.

 

Iter adottivo

Quando ai colloqui per l’idoneità racconti di te, devi far capire di aver sofferto per la tua infertilità, altrimenti c’è qualcosa che non va. Ma devi anche aver rielaborato la sofferenza, perchè un genitore adottivo deve dimostrare dedizione e spirito di sacrificio, una capacità di decidere le priorità e un senso di abnegazione. Se soffri, sarà difficile che tu riesca a svilupparle, queste caratteristiche.

E’ una grande responsabilità, adottare un figlio, e queste qualità in un genitore sono importanti. La nostra la chiamano genitorialità riparativa. Qualcosa si è spezzato, e deve essere ricomposto, in un bambino che ha subito la ferita dell’abbandono, indipendentemente da quando questo è avvenuto. E ci deve essere la consapevolezza che con l’adozione l’obiettivo non è fare in modo che il bambino viva come se ciò che c’è stato non fosse mai successo, ma in modo che ciò che c’è stato abbia il suo spazio, e venga ricomposto e arricchito da quello che viene dopo. Una storia difficile deve diventare una storia positiva. 

Il bambino che viene adottato ha bisogno di una famiglia che sappia esserci, e poi esserci ancora, e ancora, anche quando la ferita dell’abbandono ricomincerà a sanguinare, dopo essere stata riaperta dalla nostra offerta di accoglienza e affetto. Non si può certo arrivare impreparati: nostro figlio ci metterà alla prova. In fondo, perchè dovrebbe fidarsi? Perchè dovrebbe amarci immediatamente? E se noi prima o poi lo abbandonassimo come hanno fatto i genitori biologici? Se loro lo hanno abbandonato, chi gli assicura che degli estranei non lo faranno?

Ho la sensazione che i professionisti dell’adozione si preoccupino se hanno l’impressione che tu lo voglia TROPPO, il figlio. A parte il fatto che è opinabile e quantomeno buffo che possa esistere una cosa come un eccessivo desiderio di famiglia, è vero che si può adottare per riempire un vuoto, per colmare un bisogno, una necessità personale. In quel caso potrebbe darsi che la coppia non sia abbastanza disponibile o attrezzata ad accogliere i bisogni e le necessità del figlio.

E’ normale che io voglia un figlio, ma devo soprattutto voler dare la possibilità ad un bambino di avere una famiglia che lo accolga: le due cose sono complementari, ma non identiche. E se c’è troppa sofferenza personale o un desiderio egoistico alla base della scelta di adottare allora la prospettiva è adultocentrica. 

Potrei avere in testa un’immagine idealizzata del figlio, come fosse quel pezzo del puzzle che mi serve per ricomporre la mia immagine allo specchio e di fronte alla società. Troppe aspettative e troppo profonda la richiesta che porrei al figlio, così facendo. E poi, là dove andrò ad incontrare mio figlio, non c’è quel bambino che ho in mente, ma ce n’è uno diverso, più grande, più piccolo, più brutto o più malato di come lo immagino. Devo aprirmi al bambino reale. I colloqui del percorso adottivo servono a questo.

Devo desiderare di adottare, ma assicurare i professionisti che hanno a cuore i bisogni del bambino che tutto sommato posso vivere anche senza, che sono una persona psicologicamente stabile anche senza un figlio, senza la famiglia che mi sono sempre immaginata. E’ un gioco di equilibrio di fronte a loro -non so come prenderanno le mie parole- e dentro di me, rispetto a chi sono e a come affronto il viaggio dell’adozione.

E devo far capire che il bambino che sono disposto ad accogliere va bene più o meno grande, più o meno malato, più o meno di questo o quel sesso, più o meno abbandonato, lasciato solo, abusato. Devo decidere se lo voglio con o senza handicap, se figlio di alcolizzati è meglio di figlio di genitori affetti da HIV, e così via. La fiera dell’assurdo, dove compio scelte che nessun essere umano dovrebbe essere chiamato a fare. Ma le mie scelte sono importanti, perchè significano che un bambino rimane, e uno viene via con noi. Solo per via della mia scelta, che non ho gli strumenti per poter fare in piena coscienza. Come si fa a decidere di queste cose? Ma bisogna farlo, nell’adozione. Si sa, essere genitore è un duro lavoro.

Palatoschisi? Strabismo? Ritardo neuro-psicomotorio?

Ah, lo volevi sano? No, mi dispiace, di sani non ne abbiamo. Ma si sa, avere una famiglia che ti ama cura tante cose, e sarà incredibile vedere nostro figlio prendere dieci centimetri in altezza e diversi chili di peso nello spazio di pochi mesi con noi. Un sacco di problematiche si risolvono così, in breve tempo.

Devi fare quelle assurde scelte pur sapendo che nessuna di esse ti aiuta a farti un’idea di chi incontrerai. Tutto è nebuloso, e devi essere aperto, flessibile ma non troppo: non puoi lasciare che il desiderio di fare una famiglia ti faccia fare scelte che non ti appartengono. Le tue scelte sono promesse, e andranno mantenute.

Alla fine, ciò che serve è una sana forma di pazzia, di incoscienza e di apertura alla vita in tutte le sue forme. Chè, come per qualsiasi genitorialità, non sai mai come possono andare le cose.

 

Il primo incontro

 

Non ho più bisogno di immaginare il nostro primo incontro. Il momento è arrivato. Quando ti accompagnano da noi siamo seduti nell’ufficio della Direttrice dell’istituto, una signora paffutella e simpatica, dai capelli giallo paglierino cotonati in un’acconciatura che sfida la legge di gravità. 

Sbuchi da dietro le gambe di una delle maestre, sulla soglia dell’ufficio. Hai quasi sette anni ma non li dimostri, sei un simpatico maschietto dai capelli biondi e gli occhi scuri. I nostri sguardi si incrociano brevemente, poi vengo ipnotizzata dalla tua camminata dinoccolata e spavalda, che a grandi passi ti porta da noi. Ti butti fra le nostre braccia, dove rimani per un bel pò. Non sembrano interessarti i giochi che ti abbiamo portato, in questo momento vuoi solo stare aggrappato a noi. 

Il primo pensiero che mi passa per la testa non ha niente di romantico: “come sei magro, ma ti danno da mangiare qui?”. Il tuo abbraccio è una stretta morsa di articolazioni e ossa piccine che premono nella mia carne e anche oltre. Hai uno sviluppo ritardato per la tua età, già lo sapevamo: perchè il cibo, senza amore, non nutre abbastanza. La gente non lo sa che non è il cibo a far crescere i bambini, ma l’amore e la cura. 

C’è qualcosa che non va, però. Avevo sognato di sentirmi mamma da subito, di innamorarmi di te al primo sguardo. Avevo pensato che ti avrei riconosciuto come mio figlio. Avevo immaginato che tutto sarebbe accaduto con naturalezza e spontaneità. Invece mi sento e ti sento estraneo. Mi piaci ma non ti sento mio. Mente e cuore vanno su due binari paralleli.

Amo da matti il fatto che tu sia solare, allegro ed estroverso. Avrai fatto centinaia di capriole nei 4 giorni della nostra conoscenza, hai cantato, recitato poesie, voluto che ti applaudissimo mentre facevi finta di vincere una gara di corsa. Che energia!

E sei pronto a venire via con noi. Subito. Il primo giorno mi hai detto “finalmente mi avete trovato!” E ci hai chiesto più volte se saremmo partiti insieme. Non riesco a capacitarmi del fatto che tu abbia così tanta fiducia in noi. Al terzo giorno della nostra conoscenza capisco che, come tutti i bambini, hai bisogno di conferme. Chiedi a papà se lui è solo Simone oppure è anche il tuo papà. “Sono il tuo papà”, risponde lui. Sei perspicace, sensibile e attento. Hai forse percepito la nostra confusione? La tua è una storia di molteplici tradimenti degli adulti, hai le antenne ben sviluppate per capire la gente. Ci baci, ci accarezzi – soprattutto tuo padre -, accetti il nostro aiuto mentre giochiamo alle costruzioni, ma non passa giorno che tu non ci metta alla prova. Mentre mi avvicino per evitare che ti faccia male buttandoti dall’alto sui cuscini della palestra dell’istituto, mi chiedi “ma tu mi prenderai per sempre?”. Tesoro, vuoi sapere chi siamo e se rimarremo nella tua vita. Siamo solo due ospiti oppure i tuoi genitori per la vita? Ti lasceremo andare come gli altri, oppure saremo le braccia e le gambe che ti sosterranno per sempre?

Sei una piccola persona con un mondo interiore che mi appare ben più profondo e articolato di quello che mi aspettavo. Questo mi manda in confusione. Ma tu non sei come me, per fortuna, tu sei una forza, una piccola gemma pronta a sbocciare. Lo vedo, ti vedo, mi sento fortunata e so che siamo giusti l’uno per l’altra. Ma mi sento impreparata. Cosa posso offrirti io? Mi sento una minuscola donna resistente al cambiamento che ha a lungo desiderato. Non mi sento tua madre, in questo momento. Tu vuoi troppo da me. O forse io voglio troppo da me. Pensavo che avrei pianto dall’emozione, che mi sarei commossa, invece non è successo. Perdonami. Non sono cieca, sorda e senza cuore. Solo un po’ lenta. Dammi tempo e ti saprò meritare e ti saprò dare tutto l’amore e l’attenzione che meriti. Famiglia si diventa.

E’ stato difficile accettare il senso di confusione e la paura che mi ha preso nelle prime ore della nostra conoscenza. Mi sono sentita in colpa per il cuore in gola, lo stomaco sottosopra e il respiro sincopato. Fino a che ho capito che è normale. Fino a che altri genitori adottivi mi hanno detto che si sono sentiti allo stesso modo, all’inizio. Fino a che alcuni genitori biologici mi hanno detto che anche loro hanno provato sentimenti simili ai miei. E’ normale, non ci conosciamo ancora. Sulle relazioni ci si lavora, ed esse nascono, crescono e vanno curate perchè prosperino. Noi siamo solo all’inizio.

Così mi sono rasserenata e concessa di ascoltare quello che sentivo, di accettare il fatto che diventare genitore è un po’ come lanciarsi col paracadute: per un momento vorresti scappare, poi ti butti ed è un’avventura meravigliosa a cui non potresti mai rinunciare. Nel corso degli anni ho tirato su barriere e costruito meccanismi di difesa. Il dolore degli ultimi 8 anni credo mi abbia reso un pò meno sensibile e più controllata. E in fondo tu avevi così tante emozioni da condividere con me che forse – dico forse – accoglierle senza il peso delle mie è stato un bene. 

Sono passati un anno e qualche mese da quel fatidico giorno, l’inizio è stato duro per te, per noi. Ma oggi siamo qui, mi dici che sono “la mamma più bella del mondo” e io mi sciolgo. C’è ancora tanto da fare per aiutarti a lenire le ferite del tuo passato e molto del lavoro non potremo farlo noi per te, ma la nostra è una storia d’amore con la A maiuscola. E questo solo conta. Siamo mamma e figlio. Semplicemente.

iscriviti per tenerti sempre aggiornato.

redazione

via Cà Nova Zampieri 4e int 16/17
37057 San Giovanni Lupatoto Verona

periodico trimestrale

Registrazione del Tribunale di Verona n.2049 Del 28 Luglio 2015 - R.o.c. Num 25932