Martina Zanotti, educatrice di comunità, founder di @ri_costruire Illustrazione di Federica Vergani, @rifil_i

 Raccolgo storie di vita. Storie di adozione e affido. Storie di incontri

 

“Poverina”. 

Questa è la parola che mi sono sentita dire di più dai 6 ai 18 anni, sono entrata in comunità che ero una bambina e lì dentro ci sono cresciuta, mi ripetevano sempre che il “Giudice dei Bambini” stava prendendo delle decisioni importanti per me, dopo qualche anno ho iniziato a pensare che le opzioni erano due: o il giudice dei bambini non esisteva oppure si era completamente dimenticato di me. 

Sono cresciuta dovendo imparare a dividere le attenzioni degli educatori con molti altri bambini e a dover chiedere aiuto, io che mangio orgoglio personale e senso di inadeguatezza a colazione.

Ho visto passare dalla comunità decine di educatori e bambini, persone che uscendo da quella porta promettevano di tornare a trovarci, ma nessuno torna mai. 

Ho cambiato stanza almeno 10 volte e condiviso gli spazi con più o meno 30 bambini diversi. 

Se vi state chiedendo che fine hanno fatto i miei genitori vi rispondo che purtroppo, o per fortuna, dipende dai punti di vista, non ne ho idea. 

Inizialmente li vedevo una volta a settimana, poi una al mese e ad un certo punto si sono dimenticati di me, a volte non si presentavano agli spazi neutri, ricordo bene quella sensazione di attesa che arrivava diritta allo stomaco mentre li aspettavo, sola in quella sala fredda abbellita con delle decorazioni Disney alle pareti, una bambina ma con la consapevolezza grande che quegli adulti che tanto aspettavo non sarebbero arrivati nemmeno questa volta. 

“Non hanno retto” dicevano i Servizi Sociali sotto voce alla mia educatrice di riferimento, io nel frattempo crescevo e faticavo a creare dei legami, non riuscivo più a fidarmi delle persone. 

Non riuscivo neanche a studiare, faticavo a leggere, guardare la tv mi annoiava, solo una cosa riusciva a darmi sollievo, correre. Era una sfida con me stessa, un dimostrare che c’era qualcosa della mia vita che avevo la forza di controllare, il mio respiro. Correvo per strada, nei campi di grano davanti alla comunità, al parco, amavo ascoltare il mio respiro e i polpacci doloranti. Durante la corsa ascoltavo in loop la stessa canzone “Wish You Were Here” dei Pink Floyd. 

“Siamo solo due anime dannate

che nuotano in una boccia per pesci

anno dopo anno,

correndo sulla stessa vecchia pista

cosa abbiamo trovato?

Le stesse antiche paure,

vorrei che tu fossi qui” 

Così mi sentivo, come un pesce rosso in una boccia sferica, che nuota, nuota, nuota, nuota ma non arriva mai da nessuna parte. 

Più gli anni passavano più la speranza dell’arrivo di una famiglia affidataria svaniva, attendevo solo il compimento dei miei 18 anni per poter uscire dal sistema dei Servizi Sociali, per ricominciare a vivere. 

“Devi pensare al tuo futuro”, dicevano i grandi, “come farai a mantenerti?”, io non rispondevo e nel mio cuore sentivo il desiderio infinito di sentirmi parte della vita di qualcuno, di essere indispensabile, una priorità assoluta. 

Un giorno dell’inverno scorso, nella mia vita è arrivata Margherita, una donna all’apparenza un po’ burbera, con i capelli bianchi sempre perfettamente pettinati e dei meravigliosi abiti lunghi e freschi. 

Non indossava mai le scarpe da tennis, per lei uscire di casa senza tacchi era un sacrilegio, come mostrarsi in pubblico senza un volo di rossetto corallo sulle labbra. 

Profumava sempre di bucato. 

Non so spiegare la sensazione quando l’ho vista entrare dalla porta della comunità, ero certa che sarebbe diventata una persona per me importante, ci siamo scelte solo guardandoci. 

Ho iniziato a provocarla con delle domande pungenti e lei sapeva rispondermi in modo elegante e pacato, non si scomponeva. 

Una volta le chiesi “ma se venissi a casa con te?” lei mi guardò e le scese una lacrima. 

A volte non servono tante parole, solo il coraggio di prendere una decisione un po’ folle ma ascoltando il cuore, perché lui sa sempre qual è la risposta giusta. 

Nella mia boccia ora non sono più sola, c’è anche Margherita, colei chemi racconta di quanto è bello nuotare in mare aperto e che cerca con calma, giorno dopo giorno, di infondermi quella sicurezza che mi manca per guizzare fuori e vedere il mondo.

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