Jhonny Puttini, arbitro di Wrestling e vicepresidente dell’associazione  WIVA Westrling, ci parla di questo sport che è uno show, ma soprattutto è la sua passione; perché wrestling è rispetto, lottare per valori importanti, una visione del mondo...insomma, come spesso accade, è molto di più di qual che si vede.

 

 

Jhonny “el Puto” Puttini, classe ‘91, nato a Verona, arbitro di Wrestling dal 2007, vicepresidente della “Wiva Wrestling”, vincitore del famoso programma di Canale 5 “Avanti
un altro”, sin da bambino ha provato per il Wrestling una passione tale da spingerlo a risparmiare le sue mance ai tempi, per chiudersi in una cabina telefonica pomeriggi interi, con un elenco telefonico in una mano e il telefono nell’altra, allo scopo di trovare una delle sole tre palestre di wrestling in Italia, che per coincidenza o per destino, si trovava proprio in provincia di Verona. Quella palestra non l’ha mai trovata, se non qualche anno dopo grazie ad alcuni articoli che scriveva per forum e siti del settore.
Questo aneddoto che ci fa anche un po’ tenerezza, è in realtà l’essenza di quella che è la passione di Jhonny.

 

Qual è il quadro della tua vita a prescindere dai tuoi successi e come ha fatto il wrestling ad entrare in essa?

 

Il quadro ancora non l’ho trovato in verità, cambio a seconda delle situazioni, di quello che succede… seguo l’evolversi.
Ho appena terminato una convivenza di quattro anni da un annetto e ne sto iniziando un’altra che molto probabilmente mi porterà ad abitare oltreoceano.
Il wrestling ha cominciato ad affascinarmi, infatti, sin da bambino, in corrispondenza del boom mediatico degli anni 2000, anni in cui, trasmesso dalle maggiori reti televisive, in Italia ha avuto un seguito enorme, diventando automaticamente uno “sport” a portata di tutti, e anche io nel vedere i personaggi, seguendo le loro storie, mi sono inevitabilmente appassionato.
È stato un rifugio già ai tempi delle medie se non in quinta elementare.
Sono sempre stato un ragazzo, un bambino abbastanza dissociato, avevo problemi in famiglia e si sa come sono i ragazzini, spesso bullizzano chi ha questo tipo di problemi, o più generalmente, chi non entra nella loro sfera di comfort, chi non rientra nella loro scala di normalità. Io tendevo a stare lontano dalle masse, mi sentivo spesso a disagio e mi sono rifugiato in questa passione alternativa, che da lì a un anno è diventata anche un argomento di moda. Da qua a qualche anno, in completa sincerità, faccio fatica a vedermi da qualche parte. Sicuro è che sarò ancora sul ring, che sia qua, che sia in America o in qualsiasi altro posto, e questo perché è una cosa alla quale tengo, che da sempre, ha fatto parte della mia vita.

 

Perché il wrestling? Il fatto di vivere in Italia non ha limitato un po’ quella che è poi diventata la tua passione?

 

Sicuramente è stato limitante, ma il wrestling non è stata una scelta voluta, è stata quasi una necessità.

Oggi in Italia ci sono palestre un po’ ovunque ma al tempo era molto difficile trovarle. Erano tre in tutta Italia e internet non era diffuso come oggi, al tempo era molto difficile, e se non difficile, comunque le tempistiche erano inevitabilmente dilatate. A casa mia non c’era internet ma questo non ha fermato la grande passione, passione che continuavo a coltivare, che mai avrei immaginato mi potesse portare a salire su un ring.

Un giorno, leggendo una rivista a casa dei nonni, avevo letto dell’esistenza di una palestra a Verona, è stato quello il momento in cui ho capito che avrei voluto fare wrestling, iscrivermi a quella palestra. Tutto magnifico se non per il fatto che prima avrei dovuto trovarla. Non è stato così semplice non avendo internet. Mettevo da parte le mancette, prendevo l’elenco telefonico, andavo in cabina e chiamavo tutte le palestre nella provincia di Verona. Inutile dire che sia stata un’impresa. Mi dispiace non poter dare ai lettori un lieto fine, ho cominciato a pensare che fosse tempo perso, anche la più grande passione viene piegata da continue porte in faccia, metaforicamente parlando, ovvio.
Poi qualche anno dopo è arrivato internet. Da appassionato ho fondato un forum di settore e sono andato in cerca di siti di alcune palestre italiane, riuscendo a trovare questa
federazione di nome “Italian Championship Wrestling”, la quale impacchettava un prodotto tipicamente all’americana, che mi ha dato comunque però, l’opportunità di iniziare a coltivare praticamente la mia passione.
A sedici anni, età minima per iscriversi, ho cominciato a frequentarla nonostante la distanza da casa, circa 60 km, tutte le domeniche.

 

Secondo te se non avessi intrapreso questa vita, saresti una persona diversa?

 

Sarei cresciuto molto meno. Questa vita mi ha fatto viaggiare, mi ha fatto conoscere persone
strepitose. Ovviamente come in tutte le esperienze non è sempre stato tutto rose e fiori, anche se questo è impossibile che vada a discapito del fatto che mi abbia permesso di maturare, di crescere, di ampliare i miei orizzonti. Ho conosciuto culture, usanze, stili di vita differenti dai miei, e diversi tra loro, ho vissuto con persone straniere che mi hanno insegnato molto non solo sul ring ma anche sulla vita, come la lealtà, il rispetto.
Una cosa che ti insegnano quando pratichi questa disciplina è quella di pulirti gli stivaletti prima di salire sul ring, questo per il semplice fatto che ci salgono altre persone. Rapportata alla vita significa che qualsiasi cosa che fai, è necessario il rispetto verso il prossimo, e questo indipendentemente da tutto.

 

Che tipo di mondo è il quello del wrestling? Che ruolo riveste la solidarietà?

 

È un mondo solidale, e lo dico con convinzione. Spesso appoggiamo, attraverso spettacoli per famiglie, raccolte fondi, manifestazioni contro la violenza sulle donne o associazioni contro la pedofilia. Facendo spettacoli rivolti principalmente a bambini e alle loro famiglie, abbiamo la possibilità di sensibilizzare chi ci guarda.

Un bambino che viene a vedere un nostro evento, che a quello stesso evento vede lo striscione contro la violenza sulle donne e i lottatori, i quali vestono il ruolo di eroi per un bambino, che appoggiano quello striscione, beh questo inevitabilmente lo indurrà a pensare che sia quello “il giusto”, l’esempio da seguire.
Gli spettatori credono nei personaggi, non vedono l’atleta che interpreta il ruolo ma il ruolo stesso come individuo reale. Lo spettatore si affeziona alla maschera, non a chi interpreta il ruolo. I bambini piccoli e quelli cresciuti, sì perché noi vediamo che anche un genitore guardando lo spettacolo crede veramente al fatto che il lottatore mascherato da cattivo sia effettivamente cattivo, e questo porta a far si che si affezionino, che lo seguano come una
persona vera e propria, facendo loro i valori trasmessi da chi sta sul ring.
Ci tengo a dire, che il wrestling combatte la violenza in generale e anche se sembra un controsenso, un controsenso non è, questo perché mettiamo insieme una cosa che sembra uno sport da combattimento, ma che è solamente uno show. Il disegno di una pipa, non è la pipa stessa.
Quindi sì, il mio, il nostro, è un mondo rispettoso, lo si vede anche tra il pubblico, in cui vediamo bambini e famiglie di tutti i colori, che sono in quel momento semplici persone accomunate dallo stesso sogno.

 

Le storyline sono quindi costruite appositamente per farsi da portatrici di morale?

 

Anche, lo scopo principale ovviamente, inutile nasconderlo, è vendere il biglietto dello show dopo, è lo scopo del business, però, sicuramente la morale è un uno 50%.

 

E secondo te, l’essere fittizio del wrestling è un punto di forza?

 

Il wrestling non è uno sport, e men che meno uno sport da combattimento. È uno spettacolo messo in piedi da acrobati, è quindi un po’ come andare al circo, il che per qualcuno sembra quasi denigratorio, invece a parer mio non lo è.
Noi facciamo spettacolo. Ci sono proprio degli studi allo scopo di confezionare un certo tipo di show affinché possa piacere a tutta la famiglia, in modo tale che crei un certo seguito.
L’obiettivo di uno spettacolo è che le persone tornino. Quindi ci sono proprio delle storie di intrecci, di tradimenti che portano comunque ad insegnare dei valori.
È tutto premeditato, ci sono delle figure chiamati booker, che decidono l’intrecciarsi delle storie per generare questo interesse.
Sorprenderà, ma io sono contro la violenza, anche se come sport, perché appunto noi siamo uno spettacolo non uno sport da combattimento.
A me piace vedere il personaggio e volessimo fare lotta allora faremmo arti marziali miste, pugilato… la predeterminazione lo rende diverso, questa quindi diventa inevitabilmente il suo cavallo di battaglia.

 

Non potrebbe essere questo il motivo per cui in italia non è così tanto affermato? O secondo te sono altre le motivazioni?

 

Secondo me in italia non è tanto quello. Ci sono stati dei periodi in cui il wrestling ha goduto di grandissima popolarità, basti pensare agli inizi del 2000, agli anni ‘80.
Cosa si può dire… in Italia la gente segue le mode, questo vale per la musica, per il wrestling… vale un po’ per tutto.
La gente fa fatica ad approcciarsi a qualcosa di nuovo, a meno che non sia in televisione.
Una volta che il wrestling è stato tolto dalla tv a causa della tragedia che purtroppo ha colpito un lottatore, il quale ha ucciso la famiglia e che si è poi suicidato, è passata un po’ la moda.
Devo dire però che i palazzetti sono sempre pieni. Quando andiamo nelle sagre, e lo spettatore di turno si avvicina, ci accorgiamo che piace, attira le famiglie. Non sono due persone che si picchiano ma una contesa tra due personaggi coloriti, tra due costumi.
Se tornasse in tv sulle grandi televisioni, sicuramente tornerebbe come boom mediatico. Noi dobbiamo accompagnare lo spettatore italiano a riconoscere questo tipo di disciplina.
Dobbiamo riaccompagnarli. Dobbiamo italianizzare il prodotto e lo stiamo già facendo con la WIVA, l’associazione della quale sono vicepresidente. Noi stiamo creando qualcosa totalmente all’italiana, con “il pizzaiolo napoletano”, “il gondoliere veneziano” e devo ammettere che piace molto, anche quando lo vedono gli atleti esteri.

 

Il wrestling come spettacolo, estremizza il concetto di maschera. La maschera ci fa diventare automaticamente quel personaggio o siamo noi che diamo vita al personaggio stesso?

 

Secondo me la maschera , il personaggio di un atleta, nasce da dentro, dal subconscio, qualcosa che secondo me avremmo voluto essere. Spesso il personaggio è l'alter ego dell’atleta in sé.
Indossare quelle maschere è il portare fuori quella parte di noi che non siamo e che forse non vorremmo neanche essere, ma che in qualche modo vogliamo vedere come sarebbe stato. È un recitare, un interpretare. Sulla vita reale ha pochissimo potere. È un modo per divertirsi.

 

Questo quindi va contro una sorta di nostro processo di accettazione? Oppure è un modo per accettare che non siamo un'unica personalità all’interno di un corpo?

 

È una bella domanda, alla quale è difficile dare una risposta. Diciamo che sì, è un modo per sfogarsi, sfogare qualcosa o qualcuno che magari nemmeno si è, uno strappo alla
monotonia. Sappiamo che la vita ad un certo punto diventa una routine, ma questi atleti riescono a trovare un modo per sfogare qualcosa di interno, in qualche modo evadendo da essa. .
Una volta che l’atleta sale sul ring, cambia, è una cosa automatica. È difficile.

 

Il wrestling può essere utilizzato come paragone?

Una rappresentazione scenografica della vita magari. Si vince, ma a volte si perde, ed insegnamo anche questo, insegnamo che bisogna accettarlo. Stretta di mano, rimboccarsi le maniche e continuare. Ci piace sperare di riuscire a trasmettere qualcosa, come l’affrontare le difficoltà, che siano esse grandi o piccole.
Speriamo che chi segue le nostre storyline arrivi alla conclusione che tutti i problemi si risolvano con un po’ di coraggio, non facendosi abbattere dai fantasmi, e sempre
comportandosi bene, non cadere nella tentazione di intraprendere la strada più semplice, perché di questo si tratta, in quanto per essere gentili ci vuole costanza ed energia.

 

Quindi pensando al wrestling, a quali valori lo colleghi?

 

A noi piace insegnare l'uguaglianza di genere, il rispetto nei confronti del prossimo e delle regole.
Nell’ultimo periodo una cosa a cui teniamo particolarmente è appunto la parità di genere, nel mondo dello sport e dello spettacolo. Lo si è visto anche a tu sì que vales.
Non è stato un caso l’aver portato il titolo femminile, a parer mio un bel tentativo di mirare all’uguaglianza di genere, un piccolo passo da parte di un mondo che come ha detto anche Gerry Scotti, è un po’ l’apoteosi di quello che noi consideriamo il tipico machismo americano, mentre a noi interessa far vedere che ci sono anche delle donne che praticano questa disciplina, le quali in grado di raggiungere o superare gli uomini come bravura, cambiare la vita a qualcuno.

 

 Il wrestling in relazione alle donne e al loro riscatto, perciò, è una strada percorribile?

In verità c’è già stato il riscatto. In America il wrestling tempo fa veniva visto come donne in costume, le quali non venivano apprezzate per la loro bravura, per le loro capacità, ma venivano invece sessualizzate. Oggi, le donne sul ring non vengono guardate solo al punto di vista estetico, per il corpo più o meno esposto, ma per le proprie doti, per le acrobazie. Hanno già preso il loro riscatto, ci sono stati eventi totalmente femminili, cosa che in Italia vogliamo portare prima o poi. Ci piace far vedere che è una cosa per tutti e che le donne non hanno nulla da invidiare.

 

Qual è stato precisamente il processo che ha portato alla fondazione della WIVA?

 

L’esigenza di creare il wrestling all'italiana, impacchettare qualcosa per l’italiano medio. L’italiano è uno spettatore particolare… siamo sempre stati aperti all’arte in tutti i modi, abbiamo lanciato vari stili di film, sfere di comicità, dove noi abbiamo il personaggio medio con la sua comicità e anche il wrestling deve arrivare a questo, con personaggi nostrani, storie nostrane, nomi nostrani.

Io penso sempre che uno spettatore si ricordi più facilmente il “Ciro Friariello, pizzaiolo napoletano” che non “Andrea Winston” anche se effettivamente in America funziona. Stiamo creando quindi qualcosa all’italiana per far divertire gli italiani.

 

Potrebbe avere successo anche in America, per esempio? Come qui ha avuto successo il wrestling “americano”

 

Noi abbiamo atleti che in America ci vanno, ci lavorano a tempo pieno. Abbiamo le doti per andare all’estero, ovvio è che sia necessario cambiare.
Essendo uno spettacolo bisogna sempre studiare quello che al pubblico potrebbe piacere. Il pubblico tedesco ha delle richieste diverse dal pubblico italiano.
La bravura degli atleti è indiscussa, siamo all’altezza. All’estero possiamo fare, possiamo piacere, ma ci dobbiamo adattare al personaggio. Non possiamo andare come WIVA a fare uno spettacolo in India, perché ovviamente, hanno bisogno di un altro tipo di prodotto.

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