Apicoltura: intervista ad Alessandro Pretto.
Secondo il nostro vocabolario, l’apicoltura è l’allevamento dell’ape domestica, che ha per scopo la produzione e il commercio del miele e della cera. Ma siamo davvero sicuri di poter liquidare in così poche parole quello che, nel corso di millenni

, è divenuto un vero e proprio baluardo per la difesa del pianeta? Noi crediamo di no ed è per questo che abbiamo chiesto ad un appassionato esperto del settore cosa sia per lui tale baluardo.

La nostra guida in questo percorso di consapevolezza è Alessandro Pretto, farmacista ma, soprattutto, apicoltore. Alessandro, infatti, dopo i suoi studi universitari, ha deciso di fare della sua passione per le api un hobby e, nel giro di qualche anno, un’ulteriore professione con la sua Apicoltura Brà, di cui ha anche una pagina Instagram dove racconta della sua attività, delle sue api e del rapporto tra noi e queste creature bicolore. 

“Le api affascinano l’uomo da millenni ed è così che abbiamo cominciato ad avervi un legame sempre più stretto, anche se talvolta problematico.”, inizia a spiegarci Alessandro, “Già Plinio il Vecchio, nel suo trattato naturalistico Naturalis Historia, ha scritto che l’ape è un animale a sé: né domestico, né selvatico; qualcosa di intermedio, che, quindi, in qualsiasi momento, può riprendersi la sua libertà. Questa è la sfida ma anche il bello dell’apicoltura”. 

Ma cos’è, quindi, l’apicoltura? “Da un punto di vista tecnico”, prosegue con professionalità Alessandro, “l’apicoltura è seguire le esigenze delle api per ottenere un surplus di miele attraverso una serie di tecniche per non farle sciamare, cioè abbandonare l’arnia”. Dopo questa spiegazione, però, la sua passione esplode: “Per me, invece, l’apicoltura è connessione con la natura. Osservarla dal punto di vista delle api, infatti, ci permette di accorgerci di cose che altrimenti non coglieremmo. Si è dentro il meccanismo della natura, delle stagioni e del tempo e solo seguendone l’andamento si è in grado di viverla appieno”.

Questo lato quasi poetico di Alessandro è dovuto, appunto, alla sua passione per le api, ma anche per gli altri esseri viventi e per l’ambiente. Perché? È presto detto: “La mia passione per la natura e per gli animali ha origini lontane ed è nata grazie ai miei nonni, con cui passavo l’estate nel loro pezzo di terra in campagna, completo di orto e vigne. La mia passione per le api, però, è stato più un colpo di fulmine: un giorno, vidi uno sciame gigantesco di api, che si stabilì proprio nel terreno dei nonni; da quel momento, andavo ogni giorno a vederlo”. 

Il bello è che Alessandro non sapeva ancora nulla sulle api. Col tempo, però, questo fascino misterioso è cresciuto e, dopo l’università, il neofarmacista Alessandro ha frequentato un corso di apicoltura, dapprima base e poi più avanzato. A quel punto non serviva altro che un po’ di api. “Quattro anni fa, proprio nel terreno dei miei nonni, ho stabilito la mia prima arnia e ora ne ho circa una ventina, da cui produco il mio miele.”

Per fare ciò, però, c’è bisogno di molto lavoro. Per fortuna, seppur con qualche sacrificio, per Alessandro non è un problema rimboccarsi le maniche. “Oltre al lavoro in farmacia, ho un bambino di quasi un anno e un altro in arrivo, quindi devo per forza ottimizzare i tempi per gestire al meglio lavoro, famiglia e apicoltura. Per questo mi alzo presto la mattina, prendo la macchina e, verso le 6/6.30, sono già in apiario per cominciare i miei compiti prima di andare al lavoro. In più, approfitto sempre della mia pausa pranzo. Per mia fortuna, la sua durata è di ben tre ore, durante le quali mia moglie lavora e mio figlio è all’asilo, quindi ho tutto il tempo di dedicarmi ai miei progetti.”

Ma come fare a seguire le esigenze delle api e quindi spingerle a produrre il miele senza farle sciamare? Il compito non è sempre facile: “Ogni famiglia di api è un superorganismo che punta alla riproduzione e che tende quindi a sciamare. Per la precisione, metà dell’alveare, composta dalla vecchia ape regina e da alcune api operaie, va via per crearne uno nuovo, mentre le altre api restano e, nutrendo per circa 16 giorni con pappa reale pura una nuova nascitura, creano una nuova ape regina.”. È proprio per evitare tutto questo che entra in gioco la connessione con la natura di cui parlava Alessandro: “Quando si fa l’apicoltore è come se si comunicasse direttamente col superorganismo dell’alveare. Infatti, la regina è sì l’ape che nutre tutte le altre, ma non è il vero capo: c’è una mente collettiva. Del resto, come dice un proverbio latino: una apis, nulla apis”.

Una apis, nulla apis: un’ape da sola conta poco, ma tutte le api di un alveare messe assieme formano un solo organismo che lavora in simbiosi per raggiungere uno specifico obiettivo comune. Sta all’apicoltore indirizzare questo superorganismo alla produzione del miele. Ma come? “Il lavoro cambia da stagione a stagione. Da marzo a giugno porto le famiglie delle mie arnie al massimo della loro forza per bottinare il nettare e raggiungere il surplus. La difficoltà, in questa fase, è non esagerare e farle diventare troppo forti, altrimenti, come abbiamo accennato prima, sciamerebbero via. Tra l’inizio e la metà di maggio comincia la prima fioritura primaverile con la robinia, poi l’acacia e così via. A quel punto nasce il nostro miele Millefiori, che, come il nome stesso suggerisce, altro non è che il risultato dell’impollinazione di più specie di fiori”.

La produzione del miele, però, non è tutto. Soprattutto in questi ultimi anni, infatti, la cura delle arnie è fondamentale per la sopravvivenza delle api, minacciate da ogni tipo di pericolo. “Tra l’inizio e la metà di luglio applico un metodo biologico per combattere l’acaro Varroa, un pericoloso parassita proveniente dall’Asia e da cui le api nostrane non hanno difese. In più, metto in pratica un paio di trattamenti all’anno con l’acido salico, innocuo sia per l’uomo che per le api, ma che contribuisce al benessere di queste ultime, senza, inoltre, lasciare alcun residuo.Infine, da agosto ad ottobre, porto all’invernamento tutte le famiglie. Durante la brutta stagione, infatti, le api si ritirano all’interno degli alveari per sopravvivere al freddo. Nel mio caso, sto puntando alla formazione di api rustiche, cioè api in grado di sopravvivere in autonomia, motivo per cui in questa fase le nutro il meno possibile per spingerle a raccogliere tutto il nutrimento necessario da sole”.

Tutte queste precauzioni hanno fatto sì che le api di Alessandro si mantenessero in forze, grande risultato in questo periodo storico:“Le mie api per adesso stanno bene e le ho sempre aumentate ogni anno, a differenza del trend mondiale in cui le api stanno diminuendo sempre di più.”. In effetti, tutti noi abbiamo sentito parlare almeno una volta della sindrome da spopolamento degli alveari. Quali sono le cause? “Oltre alle calamità naturali come i cambiamenti climatici, si ha l’uso indiscriminato di pesticidi ed erbicidi, la riduzione di un ambiente adatto e la conseguente diminuzione di alveari selvatici, l’indebolimento del patrimonio genetico e la nascita di ibridi nocivi, entrambi causati dal fatto che adesso chiunque può comprare api regina da qualsiasi parte del mondo senza considerare che esse sono incapaci di rispondere efficacemente al nuovo territorio. In pratica, le api stanno soffrendo e diminuendo sempre più perché non si è operato secondo natura.”

Questa lunga serie di sbagli è stata una grave mancanza dell’umanità, perché, come si sapeva già ai tempi di Plinio il Vecchio, le api sono una risorsa fondamentale per il nostro pianeta: “Ci sono circa ventimila specie impollinatrici”, inizia Alessandro, “ma l’ape è l’unica ad applicare un’impollinazione eterogama anziché incrociata. In pratica, una volta iniziato a bottinare un particolare fiore, non passa al successivo finché non ha terminato di bottinare tutti quelli della prima specie scelta. Ciò è molto importante, perché fa sì che i frutti che ne nasceranno, oltre ad essere molto più buoni, saranno molto più forti, così come i loro semi. Io lo vedo di persona nel mio apiario, perché tutt’attorno c’è una diversità di piante eccezionale e i frutti che raccogliamo sono sempre gustosissimi. Insomma, è come se le api innescassero un circolo virtuoso in tutto l’ambiente circostante”.

Purtroppo, non tutti hanno la stessa visione di Alessandro, né usano i suoi metodi bee friendly, ma la sua conclusione è comunque sostanzialmente ottimistica: “In Italia in particolare c’è una sempre maggior presa di coscienza e si sta passando a metodi puramente biologici, quindi sono positivo. Il mio obiettivo è ora quello di valorizzare il mio miele Millefiori”.

Non pensate male: i motivi non sono puramente commerciali. “Il miele Millefiori è diverso ogni anno in base alla fioritura e alla zona di provenienza. In pratica, rispecchia l’ambiente in cui operano le api e questo è proprio ciò che i nuovi apicoltori devono imparare a portare avanti, non solo come fortuna ma anche e soprattutto come insegnamento per un maggiore rispetto dell’ambiente e delle nostre amiche api”.

Insomma, siete ancora convinti che l’apicoltura sia solo l’allevamento dell’ape domestica che ha per scopo la produzione e il commercio del miele e della cera? Se la risposta è no, allora avete capito quello che Alessandro Pretto e la sua Apicoltura Brà stanno cercando di insegnarci. Se la risposta è sì, allora ricredetevi e unitevi a noi per un maggior rispetto del nostro pianeta. Perché una apis, nulla apis, ma nulla apis, nulla natura.

 

Intervista a cura di Francesca Martelli

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