Ci sono le donne, caratterizzate da determinazione, ambizione, ma anche sogni.

Donne che non si lasciano spaventare da nuove sfide, che vedono dietro un porta chiusa il famoso “portone che si apre”, ma soprattutto che ti apre...il mondo.

Questa è un po’ la storia di Paola Pezzo, veneta, due volte campionessa Olimpica (Atalanta 1996, Sydney 2000 n.d.r.) di ciclismo mountain byke, mamma, imprenditrice, ma anche insegnante e molto altro ancora.

Ho avuto il piacere di condividere con Paola pezzo alcune riflessioni sulla sua vita, la sua storia e ciò che fa oggi, ma anche sullo sport come scuola di vita e la passione come motore.

Già dalle prime battute emerge la tenacia che caratterizza questa donna, infatti alla mia domanda su quali termini userebbe per descriversi, ne emergono due caratterizzati da forza e tenacia: campionessa e mamma,  – Proprio in questo ordine: prima campionessa, poi mamma –, continua la biker, – Ho pensato prima alla carriera, lo sport che ho scelto è uno sport di fatica, che richiede impegno, ma anche tempo per riposarsi, quando hai figli la giornata non termina con il tempo del lavoro, inoltre gestire gli spostamenti richiesti per le gare, con dei figli, poteva risultare difficoltoso, avrei potuto portarli con me, oppure potevano esserci i nonni, ma i bambini crescono talmente in fretta...non li avrei potuti crescere, seguire. Io, quando avrei avuto figli, volevo poter stare con loro. Così ho fatto una scelta. Ho vinto le prime olimpiadi a ventisette anni, poi a trentuno le seconde e poi sono arrivati i figli...tardi per quelli che erano i tempi di allora, ma ero orgogliosa e ambiziosa, avevo capito di avere delle potenzialità e desideravo sfruttarle. Ho fatto ancora qualche gara poi, ma non era più così semplice, dopo l’allenamento dovevo esserci, perché i figli...vogliono la mamma –.

L’incontro di Paola con la “bicicletta” è avvenuto un po’ per caso e dopo una delusione che lei descrive come abbastanza cocente. – Avevo iniziato a sciare, più per gioco che per ambizione, e poi vivevo in montagna. Lo sci di fondo è stato il mio primo amore. Avevo sui quattordici anni quando però ho iniziato a vedere che andavo bene, avevo delle doti, quindi ho potenziato impegno e dedizione e sono entrata nella Nazionale giovani di sci, purtroppo però poi ne sono rimasta fuori, non capendo nemmeno il perché. Così sono stata ferma qualche anno, mi sono allontanata un po’ dallo sport –.

Una lontananza che si è però risolta grazie ad un “osservatore sportivo” particolare – A diciannove anni è iniziata la mia storia con la bici, grazie a Pepo, Ginepro, il dentista del paese (Bosco Chiesanuova, vr, n.d.r.), lui non aveva figli, perciò erano suoi figli tutti i giovani del paese. Una della cose che gli piaceva fare era farci da guida nelle “biciclettate”, ci prestava anche le biciclette, e nessuno poteva superarlo –, un occhio esterno che ha cambiato il suo destino, – Lui vedeva qualcosa in me, vedeva che andavo forte, soprattutto in salita. Era la fine degli anni ottanta e uscivano le prime biciclette da salita le “rampichino” (così le chiama Paola n.d.r.) me ne regalò una dicendo “sarà il tuo futuro”...e così è stato. Lui ci credeva molto in me. Non era una bici semplice, non era da strada, mi aveva detto che sarei dovuta scendere, magari, portarla in spalla. Ma venendo dallo sci ero avvantaggiata, mi aveva comunque formato, anche nella corsa a piedi. Così ho iniziato a vincere le prime gare. Lavoravo anche. E così è inizia la mia avventura –.

La femminilità di Paola si farà presto sentire: la mountain byke è uno sport tipicamente maschile, e l’abbigliamento adatto si rivela scomodo per un corpo femminile – Non mi piaceva per niente – dice Paola – già era uno sport di fatica, considerato maschile –. Dopo le prime Olimpiadi inizia allora la sua collaborazione con la Castelli, creeranno una linea di abbigliamento al femminile, una collezione donna che guardava alle forme, ai tessuti, ma anche ai colori, alla moda: la femminilità vista come un valore.

Ci spostiamo poi su argomenti importanti per noi de l’educazione: famiglia e educazione.

Cosa significa educare ad uno sport? – Arricchisce, me lo ha detto la mia esperienza. Avere uno sport che si ama, vivere uno sport permette di interiorizzare giocando tutta una serie di valori, in modo semplice e stando in compagnia. Sono valori che restano per tutta la vita. Poi nello sport, per riuscire, ciò che conta spesso è “la testa”, la preparazione non passa solo dal corpo. Ai miei figli ho trasmesso questa passione. Lo sport nella scuola è troppo spesso lasciato ai margini, questo mi spiace molto: due ore di movimento a settimana e poi ci stupiamo che questi ragazzi abbiano poco equilibrio. E poi c’è tutta una motivazione legata alla salute: l’obesità è diffusa tra i giovani. Iniziare presto con lo sport permette di stare bene anche da adulti –.

Sogni nel cassetto...è possibile averne ancora?

Qui Paola lascia trasparire un po’ di soddisfazione e orgoglio... – Ne ho realizzati tanti: famiglia, due Olimpiadi, insegno ai giovani che era qualcosa che desideravo...cosa mi piacerebbe, ogni cosa che può arrivare sarà positiva. Forse...lavorare in federazione, seguire un talento –.

E con l’ultimo sogno ci salutiamo.

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