Storie di vita, storie di coraggio, storie di affido, storie che finiscono bene

La sala d’attesa dei servizi sociali è spoglia e triste, sono seduta su una sedia in un corridoio grigio, nell’angolo una pianta ormai priva di vita e davanti a me passano continuamente persone indaffarate, intente a parlare al cellulare o a leggere documenti freschi di stampa. 

 

In quello stesso corridoio 2 anni fa ero seduta con mia figlia Samantha e poco dopo mi comunicarono che l’avrebbero allontanata perché ero stata dichiarata “Non idonea a svolgere il mio ruolo di genitore”, la inserirono in una comunità educativa. Non posso dire che la presi bene, dentro di me non c’era rabbia, solo tristezza e frustrazione. Mi sentivo un fallimento, per anni ho creduto di non essere in grado di fare niente, di non avere alcuna capacità. Non riuscivo a trovare un lavoro, più lo cercavo meno riuscivo a fare dei colloqui decenti, vivevo a casa di mia madre, in un logoro bilocale e dormivo sul divano. 

I miei rapporti sociali si erano dissolti, mi vergognavo a guardare in faccia chiunque, giravo con la testa bassa per strada come se sulla mia fronte ci fosse scritto: “mamma incapace”! 

Sono passati 2 anni e sono ancora qui, seduta sulla stessa sedia, sto per incontrare i genitori affidatari di mia figlia e sono terrorizzata. 

Mi spaventa l’idea che Samantha possa chiamare mamma un’altra donna, che inizi ad amarla più di quanto ami me e che mi sostituisca, che si dimentichi di me, di questa “mamma inadatta”. Ho paura di perderla per sempre, che mi tolgano anche quella piccola ora a settimana che mi permette di continuare a sperare che un giorno tornerà con me. Ci sto provando, ce la sto mettendo tutta ma non è ancora il momento, lo so, nel profondo del mio cuore so che non sono ancora pronta per riprenderla con me, ma la paura è tanta. 

La porta dell’ufficio dell’assistente sociale si apre, intravedo seduti di spalle un uomo e una donna. Lei ha i capelli corti e rossi, un po’ arruffati, indossa un paio di jeans e una camicia bianca, è una donna normale. Lui è pelato, molto alto e ben vestito, ha una giacca blu e una camicia azzurra, è un uomo normale. Entro timidamente nell’ufficio, sento il mio cuore che pulsa nel petto, sembra voler uscire per far vedere a tutti quanto è distrutto, ridotto a brandelli da tutta questa situazione. 

Sorridono, l’uomo normale si alza e mi avvicina una sedia vuota, io non riesco a ricambiare il sorriso e mi sento quasi in colpa. Tengo lo sguardo basso, non voglio piangere. 

Poi sento la voce della donna normale:

“Io sono con te”

Alzando lo sguardo e guardandola negli occhi mi sono resa conto che quella donna era tutto tranne che normale, sapeva amare. Il mio cuore sembra fare meno male, come se una delle ferite si fosse chiusa, lasciando il posto ad una cicatrice pur sempre indelebile ma meno dolorosa. 

(Racconto tratto da una storia vera di Affido Partecipato andato a buon fine) 

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Registrazione del Tribunale di Verona n.2049 Del 28 Luglio 2015 - R.o.c. Num 25932